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Dic 03

Costituiamo(ci) per “lei”

costituzione

La Costituzione, già, quella bella,quella vera, quella sofferta, quella Carta merita rispetto.

Ne hanno fatto un volantino pubblicitario, di quelli che si infilano dentro la cassetta della posta.

Ne hanno fatto una bandierina renziana, della costituzione. Fa male solo scriverlo, tanto male, figuriamoci soffermarci a pensarlo. Non ci è stata regalata, donata, arrivata dal cielo come manna. E’ stata pianta e sudata. Scritta da più voci del panorama politico del dopoguerra, accomunati da un unico obiettivo: il bene collettivo.

Erano in 75, tra democristiani, comunisti, socialisti, repubblicani. Uniti nonostante le differenti ideologie in un solo disegno. In un solo grande progetto: restituire dignità a un Paese che aveva perso tutto. Soprattutto la dignità.

Il sentire riecheggiare, oggi, quest’ossessivo sì, sì, sìi, quasi fosse uno scaldarsi la voce prima dell’esibizione fa ripiombare tutto nella più triste, miope e becera dimensione della politica. Con l’amaro sapore e il pungente odore dell’allarmismo, del panico, del terrore.

Hanno generato terrore e paura. Hanno evocato fallimenti di ogni sorta, bancari, sociali, umani; hanno richiamato rendez vous di governi tecnici, di nuove tasse, di diavolerie varie, di resuscitati Berlusconi, D’alema, di redivivi Craxi, perfino.

Ma chi è a volerla davvero questa nuova costituzione? Chi l’ha incoraggiata, “sponsorizzata”?

Beh, chi, se non i famigerati poteri forti, quelli tanto denigrati inizialmente da Renzi ma permanentemente sulla sua bocca e, soprattutto, sulla sua spalla. Dall’inizio.Tra una pacca e una strizzatina d’occhio, questi poteri, soprattutto quelli finanziari, l’hanno voluta, cercata, e trovata questa nuova Costituzione, e l’hanno avuta. In parlamento.

Ora tocca a noi. Solo noi possiamo salvarla, il prossimo 4 dicembre.

Noi che ai poteri forti non apparteniamo, noi che in quella meravigliosa Carta ci riconosciamo e identifichiamo, noi che non abbiamo paura del cambiamento, come ci viene “rimproverato”.

Piuttosto abbiamo paura dell’accanimento. Dell’accanimento verso la sola cosa che non deve essere cambiata in questo sciagurato Paese che procede alla rovescia, da sempre. La Costituzione è sempre andata nel verso giusto. Continuiamo a farla camminare su quella strada, è un dovere. Ce lo dobbiamo.

Apr 05

Sistem(iamo) le stragi

 

strage

 

 

 

-Fantastico! – Urlano bimbetti dalle lunghe gambe sottili.

Il Napoli ha segnato. Anni ’80, Jovanotti va’ alla grande e un argentino basso e talentuoso sembra assumere le fattezze viventi di un riscatto sociale.

-Fantastico! – Urlano bimbetti over 30 ma anche 40/50/60 dalle tozze e pelose gambe alla curva dell’Olimpico.

– No, fermatevi n attimo, ci so ‘disordini-;  Chi caccheruno s’è fatto male. E’ dì i nostri-. Tronfio sulle gratinate a braccia e gambe aperte si dimena Genny, emblema di una generazione. Emblema?!

Viene chiamato a negoziare lo svolgimento della partita Roma- Napoli.

Al Gemelli un ragazzo è in fin di vita; un altro, sempre in ospedale, ferito, è piantonato dalla polizia. Si sono scontrati, sparati, feriti. Cariche sì, e carichi, soprattutto, di rabbia e di veleni.

Uno solo fra i due ha sparato, ma questo – mentre il nostro Genny a’ carogna procede con le trattative pro match- ancora non si sa.

Un anno dopo. Roma, stadio Olimpico. Un mega striscione campeggia sugli spalti: CHE COSA TRISTE…LUCRI SUL FUNERALE CON LIBRI E INTERVISTE.

Il tifoso napoletano non c’è più, Genny sì, ma non è più fra i protagonisti. Si è beccato il Daspo per 5 anni.

 

<Fantastico!>.  Urleranno ancora bimbetti fra qualche anno, mese o giorno. Fantastico vincere una partita, accendere l’incenso, concentrasi, affidarsi alla Madonna e, madonnare, se l’immagine iconoclasta invocata non sta facendo quello che le è stato chiesto.

 

Avrà smadonnato il copilota suicida prima di andare a schiantarsi?  L’avrà fatto o no, nei giorni precedenti?! Probabilmente non aveva più neanche la lucidità per farlo. Probabilmente. La psiche divora, ti fagocita perfino i sentimenti. Anche quelli esasperanti.

Gesto deprecabile, infame, spregevole. Dilemma: gesto malvagio? La retorica e le sovrastrutture di cui siamo imbottiti spingono a dire sì, senza tentennamento alcuno. L’idea di una scolaresca estratta a sorte che si polverizza contro una montagna ci induce a dire sì. Le hostess, i padri, le madri, le mogli, le figlie, le nuore, sì, ci fanno dire sì, d’istinto. Tutta questa nostra farsesca società dice sì. Deve dire sì. Perché le stragi, si sa, sono fatte dalla quantità. Non dalla qualità. O meglio, la qualità di una strage è proprio in funzione e in virtù della sua quantità. Volgarmente? Di quanta piu’ gente muore. Ma qual è il discrimine tra una strage di quantità e una di qualità, se quest’ultima viene perpetrata a suon di business e di tante, piccole, innumerevoli singole storie che arrivano a farne una di proporzioni quantitativamente significative!? Il discrimine è solo il tempo, diluito, allungato, dilazionato, ma mai fermato. In questo panta rei tutto diverrà non una semplice strage, diverrà un sistema di stragi o una strage di sistema.

Gen 03

Correva il 2014: anno del “semper”

cale‘sera, mio caro,

non ho saputo resistere alla tentazione. E, sì, son ritornata. E’ passato tanto tempo, lo so.  A te un grazie per avermi aspettata, e per averlo fatto così, senza pressioni, senza forzature. Caro il mio blog, scusami per averti bistrattato e lasciato alla mercé di qualunque situazione, a te sconosciuta, a cui non eri sicuramente preparato.  Tutti i commenti che ti sono piovuti addosso in questi mesi, con la feroce promiscuità delle loro argomentazioni.  Se avessi voluto dare vita ad un simil contenitore porno di certo non avrei ottenuto risultati così ambiziosi. Che si divertano pure loro!

 

Ora ti faccio una confidenza, per provare a spiegarti questi lunghi mesi di assenza. Avevo la sensazione che niente potesse avere quell’equa dignità da meritare di essere fermata, qui, su queste tue pagine virtuali. Sopravvalutandoti forse, o sottovalutando me stessa, chissà. Ma, si sa, anno nuovo e ….vecchi schemi, così come i pensieri, vecchi, antiquati, nostalgici, stantii. L’ho rifatto, ti ho ingannato ancora una volta.  Ma tu che sei luogo e spazio senza tempo, senza un inizio e senza una fine, sei riuscito a far emergere uno dei miei desideri.

Che a te è molto assimilabile, sì proprio a te. Ci sono  i social network,  d’accordo, lì si può essere in contatto costante con mezzo mondo. Mai con se stessi, però.  E qui arrivi tu,  il filo di congiunzione che lega se stessi a ..se stesso. Diventando veicolo e strumento di opinione, nella sua accezione più felice e autentica. Con e in te si riescono a plasmare le idee, dove giusto e sbagliato non possono entrare.  Sono e saranno sempre sempre fuori luogo, anche per il più fervente degli attaccabrighe.

 

Ma torniamo a questo nostro (perché quello è ancora di tutti no?) anno nuovo, 2014: chissà come sarà questa annata per il vino? p.s.meglio rischiare col mosto (di cui non capisco un bel niente) piuttosto che con la politica (di cui LORO non capiscono un bel niente).

 

E ancora 2014: chissà come saranno questi 365 giorni per tutti quelli che dicono di essere alla ricerca di se stessi? Un copia e incolla della frase, ci risolve qualunque dubbio. La rimetteremo anche nel 2054.  Questi loro si staranno ancora cercando.

E, infine, 2014: 365 giorni meno 3 al momento.  A meno 300 (giorni) probabilmente sarò ancora qui a parlare delle stesse identiche insostanziali menate, a meno di un miracolo a Roma…. (per citare De Sica). Fosse pure  a Milano (così lo cito per bene). Per il momento ci siamo sorbiti quello ad  Arcore , a Genova…sempre nella speranza che l’uva , quest’anno, dia un ottimo vino.

Ago 18

Usain, a scacchi con gli dei

Brutta storia quella di dover gareggiare per non vincere. Perché, prima durante dopo, e poi ancora,  volendo cambiare  l’ordine degli addendi, chi si accovaccia sui blocchi sa per certo di non poter vincere. Davanti a lui c’è e ci sarà comunque il fenomeno: Usain Bolt.

Stile, classe, facilità, perfino charme  accompagnano il giamaicano  quando, a lunghe falcate, tira dritto fino al traguardo. Facendoci scappare pure uno sguardo in macchina un attimo prima del “foto -finish”.

E’ diventato più maturo, nel tempo, il campione dei campioni. Ieri sera a Mosca, un’altra delle sue performance  SPETTACOLO, perché lui è spettacolo, anche. L’innato talento affiancato alla naturalezza lo porta ad essere istrionico e avvincente al tempo stesso, lanciato su qualunque pista di atletica. Dalla falcata lunga e fiera, bella anche per un esteta, tanto che bisognerebbe  studiarla per poi riprodurla,  direi di cercarci un  neo Canova.

Arriva al termine, Usain, senza battere mai ciglio, fresco riposato,  e soprattutto  pronto per la sua  “danzetta funky”.  Però, ridimensionato, dicevamo, più maturo rispetto ad anni fa. Ma ve lo ricordate il runner  classe 1986 nel  2006, 2008? Come no. Diverso,sì, nella gestualità successiva, esibizionista da far paura,  probabilmente più insicuro. Sicuramente molto poco diverso nei risultati.

A stasera, ragazzo, quando entrai di nuovo nell’olimpo degli dei, perché è così che andrà. Non perché qui siamo in presenza di sibille cumane, o profeti di alcun tipo. Per il semplice quanto banale fatto che il deus è lui. Ormai.bolt

 

Ago 11

Senza resa. Mai

Giorni, settimane, mesi che sono proprio io per prima a non passare da “queste parti”. Eppure la scelta  fu il solenne : Si passa da Sonia.

In verità ogni tanto un saltino ce l’ho anche fatto, ma ecco che la sopraffazione di assenza di ispirazione aveva la meglio.  Nonostante  sia un blog nato con le premesse di spazio libero, onnicomprensivo, creativo,  provocatorio, tutto ciò che sono io per capirci, non ha senso negare che il pensiero tormentone (proprio nella sua accezione di tormento)  è  concentrato lì. Alla politica. Ma dai? E, com’è?  In buona parte perché ho una passione mai sopita per la storia politica, in grossissima parte perché  le balle di tutti sono ormai  stracolme. I nostri – loro  neuroni afflitti, e menti che cercano di allinearsi con le contorsioni di ogni genere e grado  di questi personaggi.

Eppure oggi avrei voluto passare in rassegna un bel film , con tanto di analisi tecnica, uno di quelli, e ce ne sono a bizzeffe, che riescono a portarti lontano, in mezzo a sogni e isole narrative incontaminate, almeno per un paio d’ore.  Ma, francamente, mi è passata anche questa di voglia. Chissà, saranno tutte queste voci che mi chiamano, e non sono schizofrenica giuro! ma che sento e voglio sentire. Voci che arrivano da un popolo che il mio  poi tanto non è. Troppo lontani, troppo italiani. Con cuore e cervello proiettati un ipotetico sistema di perbenismo sciagurato, incapaci per decenni di cogliere il vero, che altro non è se non lo sviluppo sincronizzato con l’opportunità.

Continuano a chiedere l’abolizione dell’ Imu, di regolamentare gli sbarchi, Urlano, si dimenano per gli scandali. Quelli della cattiva politica. Si meravigliano, pure.  Ma da dove li prendono questi spunti illuminati,  dai manuali di sopravvivenza per le giovani marmotte? E’ dall’anno 1948 che è iniziatol comincia l’irreversibile. E qui mi fermo.

Non ho nessunissima voglia, né alcuna vocazione di ergermi a dispensatrice di pseudo verità,  o di  concedermi “pose” da intellettuale. Ho molta poca predisposizione in questo. Tuttavia,  come feci in uno dei miei ultimissimi status condivisi su facebook, voglio anch’io urlare. Con semplicità e voce strozzata, ma urlare. Leggete, cribbio, leggete e viaggiate  più che  mai.  Però apritelo, dannazione,  questo compartimento stagno di cervello che vi accompagna. Chiuso quello sarete, gioco -forza, costretti ad aprirne un altro, l’ennesimo.  Che non può se non essere ancora più stagnante del precedente. O forse no. Se iniziate a “infastidirlo”‘,  provando ad uscire anche solo per un millesimo di secondo da qualche schema precostituito o sovrastruttura ormai stra impostata. Un attimo, dicevo, già potrebbe cominciare ad essere sufficiente per un barlume. Perché sarete, saremo, i primi noi ad accorgerci della differenza. Fosse solo il lasso di un secondo di tempo.blog

Apr 27

Habemus governo? No, habemus e basta

De Girolamo e Carfagna in Tribunale a Benevento per lista PDL politiche 2013Habemus governo? No, habemus, punto.

A colpo d’occhio parrebbe di essere di fronte a: o una rediviva Dc, oppure a un mai morto Pdl- Forza Italia. Quinto governo Berlusconi o terzo targato scudo crociato. Dopo l’evolversi, o l’involversi (più probabile), vi saprò dire.

Ma visto che le speranze sono dure a morire (un po’ come succede solo per i “nostri”politici) mentre la cosa che ti abbandona subito è la capacitò di analisi serena di una situazione. Perché qui manca proprio la situazione. Una situazione è quella cosa che presuppone:luogo  tempo e modo. Delle tre caratteristiche manco l’ombra. E’ come vivere nella dimensione dell’assurdo, del continuum sempre e comunque.

Tutto sommato (dopo aver fatto le dovute premesse) a me questa compagine non mi fa completamente rimettere. Se non fosse, se non fosse… per quei due -tre -quattro -cinque ministeri chiave, con un buco della serratura troppo piccolo per vederci fino in fondo. E chi è dentro, che dà tutta l’impressione di non sapere manco come se ne esce (dalla porta) tanta è la saggezza e competenza che colpisce di loro come un pugno sullo stomaco. Con la speranza che non soffrano di claustrofobia e che Grillo stavolta una santa mano ce la dia, dico: vai con lo streaming, ora, ma dentro il dicastero. Dentro la stanza del “reggente” del dicastero, grazie. Cortesemente senza Rocco Casalino al commento. Preferiamo cavarcela da soli. Preferiamo cavarcela, veramente.

Apr 01

Se Yalta fosse stata in streaming

Ma pensa un po’ .yalta Repubblica numero 3 e si ricicla il vecchio schema dei dieci saggi. Come tornare ad Atene, che bello. Siamo in diretta ormai, col banchetto allestito per l’occasione in un tete a tete tra Bersani,  e i due capogruppo alle Camere. con noi i che guardiamo dallo spioncino della serratura (cfr Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore). Un esame universitario, un incontro con il legale di fiducia, un pokerino? No, cercare di formare uno straccio di governo. E noi lì attenti. E loro, più attenti di noi.<Cavoletti c’è il capo che ci guarda> sussurrano Vito Crimi e la bionda, ispida come un porcospino. Pierluigi, seppur abituato alla folla, dava l’idea di poter stare sul serio più a suo agio con un giaguaro. Ma vi immaginate quando, all’indomani delle elezioni del ’48,  con la Dc che vince a man bassa,  che cercò di di aggiustare un po’ il tiro con Il Pci di Togliatti in pressing? Vi immaginate tutto fosse accaduto davanti ad un monitor in direttissima nazionale? Che spettacolo.

A parlare di guerra fredda, del recente colpo di stato in Cecoslovacchia  e della fottuta paura del ritiro del piano Marshall . Tutti  più cauti, di sicuro, sarebbero stati davanti a un qualcosa di molto somigliante a Patty Smith ( Mr Casaleggio) che tutto voleva vedere e sapere e a un Grillo che tutti voleva mandare a casa? La fantapolitica, di cui tanto ci siamo riempiti la bocca per anni, si è compiuta.

Dicevo, ma provate a pensare ai Togliatti vari, che cercavano un compromesso, lasciando la guida dell’economia e della finanza alle forze conservatrici in cambio di una democratizzazione di tipo più culturale, magari al cospetto attento di un Rocco Casalino (Grande Fratello numero 1) che obiettava continuamente sul modo di comunicare. O ancora , i tre grandi che a Yalta, seduti, stavano decidendo sulle sorti del pianeta come fossero in una grande fiction? Io ho provato ad immaginarlo. Forse quel muro non ci sarebbe mai stato. Al suo posto ,magari, tanti piccoli schermi cinematografici a fare da koinè universale. Tra il mondo, la società civile, i politici, i fantastici politici. Quelli che fortunatamente noi oggi abbiamo, targati 5 stelle e un sogno. Mezzo sogno, va’.

Mar 24

Le vittime (ancora) negate

Lfosse ardeatinee vittime. Negate. Quando ancora oggi leggo di scettici, lasciare nelle “mani” del grande Visconti il compito di ricordare diventa essenziale. Come essenziale fu la sua opera. Ricordare così, attraverso un passaggio che coinvolge storici, esteti, ma soprattutto cittadini, semplici e onesti (intellettualmente) cittadini, con: Giorni di Gloria è la sola risposta che sia il caso di dare. Lasciando perdere attacchi frontali, fuochi incrociati, frasi (più o meno) ad effetto.   Se dovessi affidarmi a una definizione spot delle pellicola, direi senz’ombra di dubbio: la rappresentazione cinematografica della Resistenza, il suo apice filmico. E’ un Visconti appena uscito dal carcere che si mette strenuamente e con il furore di un sopravvissuto a girare un film. E’ un documentario a più mani, di straordinario valore storico- politico. E artistico. Poetico, lirico, la sublimazione della macchina da presa. Del suo uso e della sua funzione. Ascoltare le urla, assistere al processo, poi all’esecuzione, è essere ancora lì. Ed è, soprattutto – come recita la didascalia iniziale- un’opera dedicata a tutti coloro che hanno sofferto l’oppressione nazifascista. Un momento di alta poesia che sposa la fredda documentazione dei fatti. Ma come si fa a conciliare quello che di primo impatto ci rimanda all’idea di un ossimoro per eccellenza? Si fa, si riesce a fare con la capacità che Visconti aveva (ha sempre avuto) di riuscire a trasporre su pellicola principalmente emozioni. Le sue e quelle degli altri. Alla sua maniera, poetica e drammaticamente essenziale.

Ci sono, infatti, le riprese di Marcello Pagliero alle Fosse Ardeatine e le sequenze girate dal Visconti al processo contro Caruso, l’ex questore di Roma. Stilisticamente le une molto distanti dalle altre. Ma combinate insieme in una lirica compositiva che travalica i confini dei codici cinematografici classici. Ottenendo un risultato sorprendente. Un Primo piano dell’ex capo della polizia fascista e del suo aiutante, dapprima, quindi una panoramica dell’aula del processo, infine un totale. Segue la sfilata dei testimoni, agenti di polizia alle dipendenze di Caruso che denunciano una lunga serie di misfatti del questore assassino al servizio dei tedeschi. Al momento della lettura della sentenza, l’imputato si alza (tranne una breve interruzione per un totale sui visi del pubblico) con Visconti che tiene la macchina da presa fissa sul volto di Caruso, che viene condannato a morte. Da qui la sequenza dell’esecuzione: ci viene restituita come su di un desolato fondale di teatro. La sedia vuota, il condannato che scende dal carrozzone, il grande spazio dischiuso da un totale all’altro o aperto da un campo lungo, gli uomini schierati, la benedizione del prete. Elementi scenografico – stilistici che raggiungono un’altissima, silenziosa tensione drammatica. Fatti e personaggi guardati da semplici ma diversi punti di vista della mdp.  Il documentario che si fa dramma, il cinegiornale d’attualità,  tragedia. Anche nella semplice registrazione del reale Visconti ha quella capacità di introdurre elementi di una spettacolarità congenita, che lo caratterizzano quasi sempre, in ogni suo lavoro. Grazie Luchino. Grazie per averci raccontato un pezzo di storia. Dischiuso tra mille silenzi successivi e ancora più infiniti tabù.

Mar 23

Alla rovina, si rovista…nel passato

Ma oggi, di ritorno sul mio caro blog dopo un po’, penso.Sto pensando, sì. Al fatto che di roba contemporanea ce ne sarebbe a bizzeffe. Temi, controtemi, proposte e controproposte (bè forse le prime un po’ meno) comunque materiale a iosa. Ma non mi va. No. Non ho nessunissima voglia di andare ad infilzarmi nell’amo predestinato.

Visto l’assordante rumore dei temi attuali, quest’oggi, invece, farò  una cosa che il più delle volte mi riesce benino, analizzare un film. Ma un film vero, uno di quelli che ti segnano la coscienza. Portandosene via perfino  un pezzettino.

E la pellicola scelta è Ossessione: anno 1942 di Luchino Visconti. Perché?! Con buona pace di tutti, sento nell’aria un’atmosfera che mi ha riportato a quella di atmosfera, quella del 1942. Sensazioni. Quelle sono insindacabili.

Dunque, lanciamoci su Ossessione. Che  è la storia di un film ardito, già neorealista e
antifascista ante litteram. Con la sceneggiatura di Antonio Pietrangeli, Giuseppe De Santis, Mario Alicata, Pietro Ingrao, la compagine creativa di sceneggiatori  di estrazione antifascista sposta la vicenda nella bassa padana. L’aver  cercato di mantenere un’ambientazione popolare, e qui già siamo a un punto di svolta

non indifferente nella trasposizione filmica ridotta  per lo più, all’epoca, alle fiction dei telefoni bianchi, tanto per citare un luogo comune tra i più noti, rappresenta una rottura netta con il modo di fare cinema del tempo. Se poi pensiamo che  la dimensione popolare si arricchisce di un personaggio,

che farà stilisticamente, narrativamente ma soprattutto
concettualmente la differenza nel film: lo Spagnolo, con tutte le accezioni e attribuzioni che si provò a dargli, capiamo quale sia stato l’impatto di questa pellicola allora. L’idea iniziale di
Visconti era quella di riadattare un romanzo di Verga, costretto
immediatamente dalla censura a ripiegare su un più digeribile e meno
pericoloso romanzo del giallista McCain. Nonostante questo,
l’intenzione originale di rievocare luoghi popolari, atmosfere
popolane, gente vera insomma, che non si era vista nella
cinematografia di stampo fascista, ha avuto un esito compiuto e felice.
Ed è proprio questa la linea di demarcazione che segna il confine con
le opere precedenti facendo di questa pellicola, una pellicola
anticonformista e antifascista, andando contro l’architettura pomposa
e artificiosa dei film di stampo fascista. Naturalmente il film suscitò
clamore se non scandalo per certi versi. Si trattava di un adulterio ai
danni del regime e forse anche per questo ebbe il successo che tutti
conosciamo. Un film lirico, come nella tradizione narrativa del
Visconti, già trasfigurato nelle sue componenti dal regista: la presenza
inusuale di venditori ambulanti, meccanici, prostitute e camerieri, tutti
accomunati dagli stessi istinti e dalle stesse caratteristiche, uomini e
donne normali, in una vita normale con desideri e istinti ancora più
normali, ci sono infatti le manifestazioni di collera come gli amori e la
carnalità dei proletari. Tornando rapidamente al personaggio dello
spagnolo, come chiarisce Alicata in un momento successivo, doveva
incarnare una precisa funzione politica, un preciso spirito. Il suo
personaggio, anche se in modo più o meno defilato, avrebbe dovuto
essere il simbolo vivo e tangibile di un uomo, un proletario, che aveva
fatto la guerra in Spagna, «dalla parte giusta, naturalmente». Cioè non
dalla parte dei fascisti. Una volta tornato in Italia, girovagando per
l’Italia, doveva divulgare e propagare le idee del socialismo. Le idee
dell’antifascismo. Doveva essere il personaggio positivo del film:
«non era riuscito ad esserlo e questo forse non è soltanto colpa della
censura». Il film è un esempio di Resistenza, non certamente quella
Resistenza con tutte le peculiarità a noi note, non quella storica. Ma si
può fare resistenza anche attraverso la capacità di portare sullo
schermo le idee, i disagi, i momenti delle persone comuni. Resistere
anche nelle proprie idee, come ci mostrano e dimostrano gli
sceneggiatori Alicata, Ingrao, De Santis. Osando anche se attraverso
gli inevitabili compromessi. Opporsi cioè a un’architettura
cinematografica e a idee preconfezionate.

Mar 03

Capolavoro o cabaret? Sì, ma facciamo in fretta

L’abito non fa il monaco, quindi un monaco senz’ abito non dovrebbe più essere un monaco, per logica  aristotelica. Così come un pontefice senza vestito, non è più un pontefice, è diventato oggi papa emerito.

Berlusconi vuole “eliminare” le toghe. Le toghe rosse. Cromaticamente siamo proprio a pezzi in questo paese. Il paese dei coriandoli.

Mi ricordo quando la saga divenne il nostro pezzo (a-colore) forte. Sono gli anni della satira politica e di costume, gli anni della Commedia all’italiana.  Primi anni cinquanta, Dc al potere. Censura preventiva sulle pellicole. Il tema fascismo e antifascismo non passa. Non deve passare. Perché. Siamo In piena guerra fredda, c’è il piano Marshall in azione, occorre rimuovere forzatamente il recentissimo passato. Poche ma chiare parole d’ordine. Tuttavia c’è qualcuno  che non si abbatte, che dribbla gli ostacoli e mette a segno dei capolavori. Abbiamo l’umorismo  che risponde a vent’anni di retorica di regime. Abbiamo una caricatura, nella maggior parte dei casi, dei gerarchi fascisti e dei loro subalterni. Abbiamo lo spirito del poeta disincantato da un lato, con l’amarezza che serpeggia ma con ancora la voglia di raccontare. Le sale cinematografiche si riempiono di spettatori. Le reazioni sono quelle di un popolo che finge di non ricordare ma segna così’ indelebilmente nella propria memoria il periodo appena trascorso. Lo stesso faranno gli storici, di cui il cinema divenne presto una delle fonti più frequentate.

 Il caso di Anni Facili di Luigi zampa, anno 1953. La censura lo bracca. 

 

Saranno infatti tre le revisioni  della  sceneggiatura  prima  di  dare  il  via  libera  alle riprese. Motivo ufficiale: la satira della burocrazia statale corrotta. Motivo occulto: la satira  dei  neofascisti,  che  fa  scattare  la  querela  del  maresciallo Graziani. Questa volta Andreotti non contiene le intemperanze dei funzionari del ministero ma il 22 ottobre 1953 il film esce. Peccato che da allora, il film è scarsamente riuscito  a circolare.

 

Per provare  a riprendere in mano le fila di una qualche parvenza di contemporaneità:  la comicità è sempre riuscita a imporsi sia per temperamento che per indole sul popolo italiano. Non mi sembra il caso di scomodare GianBattista Vico,  ma siamo di nuovo alle prese con qualcosa di simile,di molto vicino, per lo meno di somigliante. Ora non resta che aspettarci il capolavoro, come gli autori della Commedia all’Italiana seppero realizzare o il cabaret puro. Nudo e crudo. Vie di mezzo, onestamente, non ne vedo. per blog

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