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Mar 23

Alla rovina, si rovista…nel passato

Ma oggi, di ritorno sul mio caro blog dopo un po’, penso.Sto pensando, sì. Al fatto che di roba contemporanea ce ne sarebbe a bizzeffe. Temi, controtemi, proposte e controproposte (bè forse le prime un po’ meno) comunque materiale a iosa. Ma non mi va. No. Non ho nessunissima voglia di andare ad infilzarmi nell’amo predestinato.

Visto l’assordante rumore dei temi attuali, quest’oggi, invece, farò  una cosa che il più delle volte mi riesce benino, analizzare un film. Ma un film vero, uno di quelli che ti segnano la coscienza. Portandosene via perfino  un pezzettino.

E la pellicola scelta è Ossessione: anno 1942 di Luchino Visconti. Perché?! Con buona pace di tutti, sento nell’aria un’atmosfera che mi ha riportato a quella di atmosfera, quella del 1942. Sensazioni. Quelle sono insindacabili.

Dunque, lanciamoci su Ossessione. Che  è la storia di un film ardito, già neorealista e
antifascista ante litteram. Con la sceneggiatura di Antonio Pietrangeli, Giuseppe De Santis, Mario Alicata, Pietro Ingrao, la compagine creativa di sceneggiatori  di estrazione antifascista sposta la vicenda nella bassa padana. L’aver  cercato di mantenere un’ambientazione popolare, e qui già siamo a un punto di svolta

non indifferente nella trasposizione filmica ridotta  per lo più, all’epoca, alle fiction dei telefoni bianchi, tanto per citare un luogo comune tra i più noti, rappresenta una rottura netta con il modo di fare cinema del tempo. Se poi pensiamo che  la dimensione popolare si arricchisce di un personaggio,

che farà stilisticamente, narrativamente ma soprattutto
concettualmente la differenza nel film: lo Spagnolo, con tutte le accezioni e attribuzioni che si provò a dargli, capiamo quale sia stato l’impatto di questa pellicola allora. L’idea iniziale di
Visconti era quella di riadattare un romanzo di Verga, costretto
immediatamente dalla censura a ripiegare su un più digeribile e meno
pericoloso romanzo del giallista McCain. Nonostante questo,
l’intenzione originale di rievocare luoghi popolari, atmosfere
popolane, gente vera insomma, che non si era vista nella
cinematografia di stampo fascista, ha avuto un esito compiuto e felice.
Ed è proprio questa la linea di demarcazione che segna il confine con
le opere precedenti facendo di questa pellicola, una pellicola
anticonformista e antifascista, andando contro l’architettura pomposa
e artificiosa dei film di stampo fascista. Naturalmente il film suscitò
clamore se non scandalo per certi versi. Si trattava di un adulterio ai
danni del regime e forse anche per questo ebbe il successo che tutti
conosciamo. Un film lirico, come nella tradizione narrativa del
Visconti, già trasfigurato nelle sue componenti dal regista: la presenza
inusuale di venditori ambulanti, meccanici, prostitute e camerieri, tutti
accomunati dagli stessi istinti e dalle stesse caratteristiche, uomini e
donne normali, in una vita normale con desideri e istinti ancora più
normali, ci sono infatti le manifestazioni di collera come gli amori e la
carnalità dei proletari. Tornando rapidamente al personaggio dello
spagnolo, come chiarisce Alicata in un momento successivo, doveva
incarnare una precisa funzione politica, un preciso spirito. Il suo
personaggio, anche se in modo più o meno defilato, avrebbe dovuto
essere il simbolo vivo e tangibile di un uomo, un proletario, che aveva
fatto la guerra in Spagna, «dalla parte giusta, naturalmente». Cioè non
dalla parte dei fascisti. Una volta tornato in Italia, girovagando per
l’Italia, doveva divulgare e propagare le idee del socialismo. Le idee
dell’antifascismo. Doveva essere il personaggio positivo del film:
«non era riuscito ad esserlo e questo forse non è soltanto colpa della
censura». Il film è un esempio di Resistenza, non certamente quella
Resistenza con tutte le peculiarità a noi note, non quella storica. Ma si
può fare resistenza anche attraverso la capacità di portare sullo
schermo le idee, i disagi, i momenti delle persone comuni. Resistere
anche nelle proprie idee, come ci mostrano e dimostrano gli
sceneggiatori Alicata, Ingrao, De Santis. Osando anche se attraverso
gli inevitabili compromessi. Opporsi cioè a un’architettura
cinematografica e a idee preconfezionate.

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