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Mar 24

Le vittime (ancora) negate

Lfosse ardeatinee vittime. Negate. Quando ancora oggi leggo di scettici, lasciare nelle “mani” del grande Visconti il compito di ricordare diventa essenziale. Come essenziale fu la sua opera. Ricordare così, attraverso un passaggio che coinvolge storici, esteti, ma soprattutto cittadini, semplici e onesti (intellettualmente) cittadini, con: Giorni di Gloria è la sola risposta che sia il caso di dare. Lasciando perdere attacchi frontali, fuochi incrociati, frasi (più o meno) ad effetto.   Se dovessi affidarmi a una definizione spot delle pellicola, direi senz’ombra di dubbio: la rappresentazione cinematografica della Resistenza, il suo apice filmico. E’ un Visconti appena uscito dal carcere che si mette strenuamente e con il furore di un sopravvissuto a girare un film. E’ un documentario a più mani, di straordinario valore storico- politico. E artistico. Poetico, lirico, la sublimazione della macchina da presa. Del suo uso e della sua funzione. Ascoltare le urla, assistere al processo, poi all’esecuzione, è essere ancora lì. Ed è, soprattutto – come recita la didascalia iniziale- un’opera dedicata a tutti coloro che hanno sofferto l’oppressione nazifascista. Un momento di alta poesia che sposa la fredda documentazione dei fatti. Ma come si fa a conciliare quello che di primo impatto ci rimanda all’idea di un ossimoro per eccellenza? Si fa, si riesce a fare con la capacità che Visconti aveva (ha sempre avuto) di riuscire a trasporre su pellicola principalmente emozioni. Le sue e quelle degli altri. Alla sua maniera, poetica e drammaticamente essenziale.

Ci sono, infatti, le riprese di Marcello Pagliero alle Fosse Ardeatine e le sequenze girate dal Visconti al processo contro Caruso, l’ex questore di Roma. Stilisticamente le une molto distanti dalle altre. Ma combinate insieme in una lirica compositiva che travalica i confini dei codici cinematografici classici. Ottenendo un risultato sorprendente. Un Primo piano dell’ex capo della polizia fascista e del suo aiutante, dapprima, quindi una panoramica dell’aula del processo, infine un totale. Segue la sfilata dei testimoni, agenti di polizia alle dipendenze di Caruso che denunciano una lunga serie di misfatti del questore assassino al servizio dei tedeschi. Al momento della lettura della sentenza, l’imputato si alza (tranne una breve interruzione per un totale sui visi del pubblico) con Visconti che tiene la macchina da presa fissa sul volto di Caruso, che viene condannato a morte. Da qui la sequenza dell’esecuzione: ci viene restituita come su di un desolato fondale di teatro. La sedia vuota, il condannato che scende dal carrozzone, il grande spazio dischiuso da un totale all’altro o aperto da un campo lungo, gli uomini schierati, la benedizione del prete. Elementi scenografico – stilistici che raggiungono un’altissima, silenziosa tensione drammatica. Fatti e personaggi guardati da semplici ma diversi punti di vista della mdp.  Il documentario che si fa dramma, il cinegiornale d’attualità,  tragedia. Anche nella semplice registrazione del reale Visconti ha quella capacità di introdurre elementi di una spettacolarità congenita, che lo caratterizzano quasi sempre, in ogni suo lavoro. Grazie Luchino. Grazie per averci raccontato un pezzo di storia. Dischiuso tra mille silenzi successivi e ancora più infiniti tabù.

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