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Feb 12

Quella libertà di poter scendere dalla “croce”

papa ratziCome non parlare della bomba di questi giorni. Come non parlare di una dichiarazione plateale della fragilità e soprattutto dell’immanenza umana?

Ognuno ha voluto leggere nella rinuncia di Benedetto XVI al pontificato quel che sente. Probabilmente più vicino. Ma anche più “funzionale”, diciamo così. Lo shock dei fedeli,ad esempio,  ma forse ancor di più quello dei non credenti. E’ venuto meno il simbolo dell’Occidente. Ha passato la mano. Un Occidente piegato dagli scandali.

Tante le analisi, tanti i significati.  Ci si potrebbe abbandonare a qualunque tipo di indagine e riflessione sia di metodo che di analisi. Si potrebbero toccare punti alti di teologia, politica, filosofia, storia del pensiero.

Ma per il momento l’immagine è soltanto quella delle spalle ricurve di un 86 enne che fa una scelta forte, sussurrandola al mondo con un fil di voce durante la messa in latino. Confessa così le sue intenzioni, quasi a voler prendere forza, in un momento inatteso per un annuncio del genere.

E via con gli accostamenti arditi di alcuni. Lo scandalo Monti Paschi di Siena, legato a doppio filo alla banca vaticana (perché ci si sorprende?) o ancora: la pedofilia diffusa, il caso del maggiordomo, le inchieste.

Sicuramente tutto ciò ha avuto il suo peso nella scelta, (scelta? forse obbligo) di un pontefice alla soglia dei novanta. Ve lo immaginate voi un novantenne  a combattere contro i mulini a vento del suo corpo ormai fisiologicamente stanco e contro le chiusure blindate di uno dei meccanismi più vicini alla perfezione che la civiltà  umana ricordi (Stato del Vaticano) ? Per ora limitiamoci a prendere atto di una espressa forma di libertà, inconsueta, esercitata dal più alto  rappresentante della Chiesa. Questo il gesto. E questa la potenza. La libertà di potersi ritirare perché lui su “quella” croce non c’era per davvero. Ha potuto scegliere di salire, come ha potuto scegliere di scenderci. Questo è quel che conta, per quanto mi riguarda. E per quanto riguarda Yoseph Ratzinger. Al secolo papa Benedetto XVI.

Feb 09

Avanti e indietro. Chi arriverà per primo?

belaidItalia- ovunque: tra cani, gatti, salotti e pure sgabelli improvvisati, si decretava la fine dei sondaggi sulle prossime politiche. Il sospiro di sollievo nazional popolar è stato percepito fino a Singapore.

Africa-Tunisi: il feretro di Chokri Belaid, leader d’opposizione tunisina, sfilava lungo le piazze della città, seguito da una folla acclamante e rabbiosa.

 

Ma facciamo un passo indietro, quando nella stessa città, il 14 gennaio di due anni fa, prendeva vita, forma e forza la primavera araba. Che qualche avventato cronista ha definito, nei giorni scorsi, fallita per questa morte.

Mah, staremo a vedere. Quel che è certo è che Tunisi ieri si è fermata. Per la prima volta dopo 35 anni ,con uno sciopero generale esteso e condiviso, la cittadina africana ha smesso di vivere nella sue attività quotidiane. Non era accaduto neanche il giorno in cui esplose la rivoluzione, che portò alla caduta di Ben Alì.

Una nota: mentre in italia si discute ancora sulle quote rosa (ma i radicali vengono estromessi inizialmente dalla corsa alla Regione Lazio perché troppe donne in lista….)  e intanto gli sculettamenti proseguono “virtuosi”  (ma  maschilismo, fascismo, voyerismo sono stati abbondantemente sdoganati, per cui…) le donne a Tunisi sono entrate in massa nel cimitero per dare l’ultimo saluto a Mocki. Vestite. Molto vestite, loro. E una presenza di donne così massiccia in un cimitero non si era vista mai da quelle parti.

Anche lì, probabilmente, si ricorrerà prossimamente a una tecnocrazia. Per il resto, c’è chi prova ad andare avanti e chi indietro. Chi arriverà per primo?! Noi, dal canto nostro, siamo già a buon punto.

Gen 27

L’officina degli orrori

auschitBè, anch’io che cerco (non riuscendoci sempre) di provare ad essere un minimo super partes e a-schematica,  oggi non posso sottrarmi alla giornata della memoria. Che mi ha ricondotto a una miriade di altri temi. Vi spiego Lo “sfondamento dei cancelli” da parte dell’Armata Rossa, 68 anni fa, e la “scoperta” dell’orrore, va letta con la lucidità necessaria di oggi  e senza la celebrazione di una retorica pontificazione del popolo ebraico. E ci siamo.  Ma dal momento che è luogo e categoria di riflessione, forma  e pensiero  trito ritrito, tenevo a precisare come l’occhio mi sia caduto stamane su una dichiarazione dei Casapound group (come si chiamino singolarmente non ne ho la più pallida idea e neanche tutta questa bramosia di saperla) che “recitava”: I campi di stermino non sono mai esistiti, etc etc. Insomma il solito negazionismo di alcuni. Da lì è stato un attimo e l’ho ricollegato per associazione di idee al revisionismo. Mi ci ha condotto un’altra dichiarazione, quella di Silvio Berlusconi ad un’inaugurazione, sempre stamattina.  – Di certo l’errore più grande del duce fu la promulgazione delle leggi -razziali-.

La mente è partita rapida in un suo viaggio a ritroso finendo agli inizi del fenomeno revisionista (materia di per se molto intelligente, quando non ha finalità di strumentalizzazione) il cui l’inizio è collocabile qui: a quando lo  storico Renzo De Felice rilascia nel 1975 un’intervista  a un altro storico  Ledeen. Questo il titolo:  Intervista sul fascismo.. Per lo storico italiano la storia del fascismo andava  completamente rifatta, in tutt’altro modo.  Cioè dalla generazione post-fascista di studiosi che  non potevano rimanere  «condizionati totalmente dalle passioni del tempo». Inoltre De Felice crede fermamente che si debba ri- scrivere la storia sulla base dei documenti, ma ufficiali come carte di polizia e d’apparato. Quindi rifarsi esclusivamente ad appendici di regime, secondo De Felice, e non sta certo a me dire quanto poche obiettive, visto lo status dittatoriale del Paese. Comunque, continuiamo, detta ri-visitazione si si è prestata fin da subito ad altri condizionamenti. Primo fra tutti quello di carattere politico-ideologico. La ricostruzione che De Felice fa del modo in cui Mussolini governò l’ordine politico, sociale ed economico e  l’attenzione  spasmodica  che  la  sua  ricerca  mostra  di  avere  nei confronti dei singoli personaggi e delle loro psicologie, offre materiali sufficienti per un uso pubblico, quindi politico, della Storia Italiana  Smantellare il paradigma antifascista e i luoghi comuni che si sono generati intorno al ventennio e alla lotta di liberazione. Da qui la minimizzazione della violenza del regime, tendendo a presentare il fascismo come un regime autoritario«modellato» contro la lotta al comunismo.

Tuttavia, come scrive Del Boca nelle pagine iniziali della raccolta, in modo particolare «negli ultimi dieci anni l’uso politico della storia, (…) non ha risparmiato nessuna delle grandi questioni della storia nazionale». Il revisionismo, estraneo alla ricerca storiografica, rappresenta «la più vasta e subdola offensiva tesa alla cancellazione della memoria storica e alla totale rimozione dei crimini commessi in Italia, in Africa, nei Balcani, nell’Unione Sovietica», precisando come si tratti «di un tentativo di riscrivere la storia contemporanea in Italia e nel resto del mondo.

Scusate questo mio rapido excursus di storia, politica, filosofia, e officina degli orrori. Perché è è proprio l’officina degli orrori  a tenerle unite, tutte queste cose, il lungo filo che le accomuna tutte. .

 

 

 

 

 

 

Gen 26

C&C: quando una lista viene auspicata

Quando non si hanno idee si riciclano quelle degli altri (un po’ come fanno tutti i noti, per capirci). Io non faccio parte della categoria, mi pare chiaro. Comunque, l’ispirazione contiene in se fondamentalmente due fonti: lministero inte idiozie, o anche le idiozie dette, però, bene. Molto bene. Alla grande. Difficilmente si incappa in una non -idiozia detta pure bene. Premesso ciò, dal momento in cui mi sono svegliata, ingurgitata 4 caffé di fila per ispirarmi e letto tutte le idiozie del caso, lo sconforto si è accanito duramente su di me. Suddette idiozie, infatti, sono ripetute troppoooooooo a oltranza ( va bene che repetita iuvant..) tuttavia…

1)Monte dei Paschi di Siena: vicenda, legami, collusioni. No, grazie.

2) Monti che cerca un’altra sponda. No, grazie tante ancora.

3) Minzolini bannato da twitter perché estremamente offensivo verso altri utenti. Nuovamente no, grazie infinite.

Mi sembra non sia il caso di continuare. L’avevo detto io, nel post precedente che una volta venutici a “mancare”  Il Corona e il Cosentino, la situazione sarebbe brutalmente precipitata.

Auspico, a questo punto, una loro, innovativa e sui generis lista. La C&C.  Dai, C&C, restituitemi un po’ di verve. Confido in voi.

Gen 24

Stop alla rappresentazione del fascismo e dell’antifascismo. Il diktat è, al solito, politico

Il filone cinematografico sulla rappresentazione del fascismo e dell’antifascismo è breve, una meteora. Un arco temporale di tre anni all’incirca. Perché? Non certo perché a fermarsi siano stati gli slanci o le passioni, o ancora, la voglia di testimoniare quel desiderio così vivido che fu la libertà. No. Al solito è la politica a decidere i giochi, anche quelli culturali. E artistici. Il cinema è, nel dopoguerra, il veicolo di comunicazione di massa per eccellenza. E lo sappiamo.  Il 18 aprile del 1948 la Democrazia Cristiana sale al poter con il 48% del consenso elettorale. La vittoria  dei cattolici centristi segna la fine di quella libertà di pensiero e d’espressione  durate 3 anni.  In gioco c’erano gli equilibri mondiali (siamo in piena guerra fredda) e il comunismo è diventato,  ora, il nemico da combattere. E accomunare la resistenza e i sovietici sembra essere un tutt’uno. Quindi il procedere con celerità alla rimozione sia del passato fascista, sia di tutto ciò che vi è ruotato attorno, diventa la priorità. C’è di mezzo il piano Marshall, gli aiuti, il sostegno incondizionato agli Stati Uniti. E uno schieramento che detiene il controllo, nel  Paese, in senso assoluto. L’emanazione di leggi di censura preventiva e di stato di guerra dichiarato alle case di produzione, è indispensabile. La rappresentazione si ferma, gioco forza. Nessuna pellicola che raccontasse quei giorni riuscì a passare al varco. Regna l’oblio sul recentissimo passato dittatoriale. Una situazione di comodo, per tutti.  Al grido di;: Italiani brava gente siamo andati avanti. Per anni. Decenni. Avanti?!

democrazia cri

 

Gen 23

Diritto inalienabile, la libertà. Erano in due a crederci ancora.

coronaGli ultimi sono stati giorni di fuoco. Mica per le prossime elezioni, ma va, lì a tenere banco solo quelli incrociati (anche male).  No. I fuochi degli ultimi giorni sono quelli sacri: quelli che riguardano la libertà.  Diritto inalienabile sancito dalla Costituzione. Sicché, per “onorarlo”, si sono dati alla fuga, per niente eccellente, e il re dei vip, Fabrizio Corona, e un altro sovrano (seppure in “ambito” diverso): Nicola Cosentino. Due latitanze brevi, estremamente brevi  ma discusse. Occhi puntati. Media, giornali, tg, social network. “Un Paese con il fiato sospeso, insomma”…sì, eh?!

Del resto, come avremmo fatto senza il pluritatuato, atteggiamento da duro, virilità prepotente del Corona nazionale? E, soprattutto, mi domando  e dico, come avremmo fatto senza le liste, ragazzi, le liste (quel lungo elenco di nomi e cognomi) facenti parte di uno dei due maggiori partiti della nostra penisola? Ormai, già esausti di parlare dei soliti Vendola, Bersani, Monti, terzo, quarto, quinto polo, avremmo di sicuro perso quelle 2 o 3 certezze rimasteci. I ricatti di Fabrizio Corona e le uscite stravaganti di Cosentino. Fuori pure loro, ormai.  Ebbene, l’ allontanamento del casertano, è durato un lasso di tempo troppo breve per farci entrare nel panico più assoluto. In questo ha rimediato prontamente il segretario pidiellino, Alfano, che ieri sera a Ballarò, nonostante un trucco strategico è apparso molto provato. L’altro (Corona), ha coronato la fuga (scusate il gioco di parole) con una sua consegna spontanea alla polizia spagnola. Era a Lisbona. Certo dove pensavate potesse essere un personaggio del calibro di Fabrizio. Bucarest? Sofia? Ma quando mai. Bisognava mantenere alto il trend di qualità anche in questo. Fatto sta che il primo, con una montatura di occhiali ultimo grido (Nicola) ha subito indetto una conferenza stampa, apparendo sereno, riconciliato con il mondo. Il secondo ha provveduto all’ istante a rincuorare i suoi fans sulla pagina facebook.  Perspicace. Si è reso conto del “male indelebile” arrecato ai suoi seguaci. Comunque, io ricordavo una prassi di latitanza diversa. Forse nel mio immaginario di bimba. Fatta di tappe, in un climax di momenti, di soffiate, di ipotesi. Tutto finito.  Ma va’, che delusione. Neanche più fughe da qua, a noi altri. Eppure si diceva fossimo degli artisti, dei poeti, dei creativi. Peccato. Io almeno in questo ancora ci credevo.

 

Gen 19

Le vittime (ancora) negate

giorni di gloriaLe vittime. Negate. Quando ancora oggi leggo di scettici, lasciare nelle “mani” del grande Visconti il compito di ricordare diventa essenziale. Come essenziale fu la sua opera. Ricordare così, attraverso un passaggio che coinvolge storici, esteti, ma soprattutto cittadini, semplici e onesti (intellettualmente) cittadini, con: Giorni di Gloria è la sola risposta che sia il caso di dare. Lasciando perdere attacchi frontali, fuochi incrociati, frasi (più o meno) ad effetto.   Se dovessi affidarmi a una definizione spot delle pellicola, direi senz’ombra di dubbio: la rappresentazione cinematografica della Resistenza, il suo apice filmico. E’ un Visconti appena uscito dal carcere che si mette strenuamente e con il furore di un sopravvissuto a girare un film. E’ un documentario a più mani, di straordinario valore storico- politico. E artistico. Poetico, lirico, la sublimazione della macchina da presa. Del suo uso e della sua funzione. Ascoltare le urla, assistere al processo, poi all’esecuzione, è essere ancora lì. Ed è, soprattutto – come recita la didascalia iniziale- un’opera dedicata a tutti coloro che hanno sofferto l’oppressione nazifascista. Un momento di alta poesia che sposa la fredda documentazione dei fatti. Ma come si fa a conciliare quello che di primo impatto ci rimanda all’idea di un ossimoro per eccellenza? Si fa, si riesce a fare con la capacità che Visconti aveva (ha sempre avuto) di riuscire a trasporre su pellicola principalmente emozioni. Le sue e quelle degli altri. Alla sua maniera, poetica e drammaticamente essenziale.

Ci sono, infatti, le riprese di Marcello Pagliero alle Fosse Ardeatine e le sequenze girate dal Visconti al processo contro Caruso, l’ex questore di Roma. Stilisticamente le une molto distanti dalle altre. Ma combinate insieme in una lirica compositiva che travalica i confini dei codici cinematografici classici. Ottenendo un risultato sorprendente. Un Primo piano dell’ex capo della polizia fascista e del suo aiutante, dapprima, quindi una panoramica dell’aula del processo, infine un totale. Segue la sfilata dei testimoni, agenti di polizia alle dipendenze di Caruso che denunciano una lunga serie di misfatti del questore assassino al servizio dei tedeschi. Al momento della lettura della sentenza, l’imputato si alza (tranne una breve interruzione per un totale sui visi del pubblico) con Visconti che tiene la macchina da presa fissa sul volto di Caruso, che viene condannato a morte. Da qui la sequenza dell’esecuzione: ci viene restituita come su di un desolato fondale di teatro. La sedia vuota, il condannato che scende dal carrozzone, il grande spazio dischiuso da un totale all’altro o aperto da un campo lungo, gli uomini schierati, la benedizione del prete. Elementi scenografico – stilistici che raggiungono un’altissima, silenziosa tensione drammatica. Fatti e personaggi guardati da semplici ma diversi punti di vista della mdp.  Il documentario che si fa dramma, il cinegiornale d’attualità,  tragedia. Anche nella semplice registrazione del reale Visconti ha quella capacità di introdurre elementi di una spettacolarità congenita, che lo caratterizzano quasi sempre, in ogni suo lavoro. Grazie Luchino. Grazie per averci raccontato un pezzo di storia. Dischiuso tra mille silenzi successivi e ancora più infiniti tabù.

Gen 18

I perché di un blog. Già, perché?!

blogFare un blog significa tante cose. Significa prima di tutto metterci la faccia (io per il momento c’ho messo solo gli occhi, ma just a moment… ragazzi). Significa crescere, eh già. Crescere dal momento che scegliere arbitrariamente di avere uno spazio a propria disposizione in cui “fermare”  pensieri, parole, fatti e pure fantasie,  è un passaggio anche di acquisizione di responsabilità. Impegnarsi intellettualmente per non deluder-si, e  deludervi (soprattutto!)

Poi è bello. Ma sì, diciamocelo, in questa che si avvia ad essere la Terza Repubblica dell’Italia Unita, con tutti i suoi omissis e vessazioni, è bello sentirsi ancora nella facoltà di potersi liberamente “dare”. col potersi mettere a nudo, attraverso le proprie personalissime opinioni.  Non assoggettate necessariamente a mire e al fabbisogno di editori e vari.

Ah, che sensazione! Ah, che freschezza nell’animo. Ah, che magnifica chance che questo nostro Paese ci offre. Ancora per poco, intendiamoci.

Gen 17

“Roma città aperta”, la realtà diventa epica

roma città apertaE’ dinnanzi a Roma città aperta, pellicola del ’45 di Roberto Rossellini che si apre, nella cinematografia italiana un nuovo capitolo. Che si chiuderà troppo presto, purtroppo.Ma veniamo al film, al suo valore estetico, ma anche ideologico  e concettuale. E alla sua funzione (politica  e sociale) che ricoprirà un ruolo di primissimo  piano nella politica internazionale del periodo: l’immediato dopoguerra, con gli italiani etichettati come “vinti cobelligeranti coi vincitori”.  Roma città aperta è un film epico, questo aldilà di ogni rivisitazione o interpretazione  gli si voglia attribuire. Antifascista e espressione di rottura netta col passato.

Il Fascismo di pietra, come lo definisce Emilio Gentile in suo volume, il vuoto ideologico e di contenuti del periodo mussoliniano che si è voluto colmare con l’architettura delle grandi opere. Riflesse con la stessa puntualità e in modo sfarzoso nel cinema. L’esigenza di rifiutare l’apparenza, l’imbonimento delle platee, il continuare a negare il presente per eludere i problemi e distraendo le masse. Roma città aperta è tutt’altro. E’ la capitale che attende trepidante l’arrivo degli alleati, è la capitale immortalata nel suo disastro di macerie fisiche  e umane.

A livello di politica internazionale, dicevamo, è lo stesso Rossellini a dichiarare: «Roma città aperta giovò più di tutti i discorsi del nostro ministero degli esteri a far riavere all’Italia il suo posto nel concerto delle nazioni». Riabilitò l’immagine dell’Italia e soprattutto degli italiani agli occhi del mondo.

Il  ritmo incalzante al film, come lo stacco dalla finestra al livello della strada quando arrivano le SS a perquisire il caseggiato, è una fra le novità.  Ci troviamo di fronte a una costruzione diversa in cui esiste una dilatazione spazio temporale inusuale e la sequenza si fà, è in fieri sempre. EL’audacia del film consiste nell’ aver lasciato agli spazi il tempo di parlare. Oggi  Si rivoluziona un’estetica, una forma mentis di fare cinema. E’ come se si scegliesse la strada di Lumiere e non quella di Meliès, insomma. L’enfasi che nasce da alcune sequenze, non è “calcata particolarmente”, nonostante, per esempio, il momento della falciata a colpi di mitra di Pina, sia scandita da un montaggio e da inquadrature e sonoro un po’ accentuato. Ma, nonostante la potenza del momento, tutto sembra tornare a un ‘apparente normalità narrativa, noi, abituati a un cinema di finzione nel ci aspetteremmo la stasi , il trionfo del silenzio narrativo dopo la forza del momento.

La seconda parte subisce delle fasi di caduta rispetto alla prima, riprendendo vigore attraverso la crudezza delle immagini della tortura, in quella stanza che diventa il simbolo della follia nazista e della Resistenza e integrità degli italiani. Costretti a convivere in uno spazio, con l’occhio della provvidenza con Don Pietro che si affaccia e condanna senza appello i nemici in casa propria. Dell’ultima sequenza se ne è parlato tanto, un po’ come tutte le infinite attribuzioni che ogni capolavoro richiede ed evoca inevitabilmente. Anche questa volta, nonostante sia l’epilogo concettuale e narrativo del film, la sequenza è realizzata senza l’enfasi attesa, ma contraddistinta dall’occhio, l’occhio della macchina e l’occhio dei ragazzi, l’impotenza della macchina cinema e l’impotenza dei ragazzi, dietro una rete di recinzione, a voler sottolineare il distacco, ancora una volta tra le bestie naziste e l’ingenua popolazione, che può, se memore del proprio passato, incamminarsi verso un mondo, ancora tutto da  farsi, con la cupola della capitale sullo sfondo.  Questa immagine finale si staglia con tutta la sua forza, evocando l’ ottimismo della fede. E prima ancora quello della solidarietà.

E’ una straordinaria affermazione del mezzo cinematografico, delle potenzialità meccaniche del mezzo che non bisogno di intercessioni, e che in senso intimo, essenziale della poetica neorealista. L’intuizione di Rossellini, di coniugare la realtà e la storia in un’efficace via di mezzo, ponendo l’una al servizio dell’altra, senza che l’una prevalga sull’altra, creando una commistione perspicace e interessante. Probabilmente l’aspetto di unione perfetta che mancherà nella realizzazione di opere troppo radicali neorealiste successive.

Gen 16

Stasera parliamo di film. Veri. Cosa c’è di più vero del neorealismo? La sua fine, forse

neorealismoL’anelito di libertà. Condizione fisiologica nell’essere umano. Per questo la più temuta, la più osteggiata. Vediamo cosa ci ha consegnato il neorealismo. 

 Se si parte dal presupposto che molti pochi film sono stati generati con l’intento di essere consegnati alla storia e ai posteri, il fenomeno neorealista ci rimanda immediatamente alla sua portata di eccezione. In esso è contenuto infatti in primo luogo la volontà di rappresentare l’immediato, il contingente, la vita insomma. E non edulcorata. E non si può prescindere dal fatto che il movimento nasca e si sviluppi in un momento topico della nostra storia nazionale, il dopoguerra e il post-fascismo; é evidente, quindi, la volontà di testimoniare un periodo storico e le sue connotazioni individuali e sociali. Una necessità umana prima e subito dopo politica. Perché se le espressioni, le modalità, gli stili sono stati diversi, univoca è stata invece la spinta e la vocazione di ogni autore: quella di andare a costruire una coscienza democratica.

Documenti (è proprio il caso di definirli così) narrativi ed estetici nati dalla necessità quasi fisiologica di  raccontare un passato recente ancora vivo e pulsante, fotografato nelle macerie fisiche e morali. E, il comune denominatore all’interno delle più disparate espressioni di cultura di massa (il cinema come la letteratura) è

stato l’anelito di libertà. Quella occultata, stuprata non tanto (o meglio non solo) dalla guerra, ma dal regime ventennale che, con il  suo stato di polizia, i gerarchi in divisa ad impressionare le piazze, i suoi diktat ha scolpito nell’anima di un popolo la minaccia permanente di paura e di negazione di un principio primario, la libertà appunto. E allora, attraverso lo sguardo dei registi si tenterà di raccontare quello che il fascismo ha rappresentato, anche dopo l’esperienza immediatamente successiva alla guerra, perché il Paese, non avrebbe potuto recidere da un giorno all’altro le miserie di un totalitarismo. L’immediatezza delle opere neorealiste ci suggerisce subito come si sia trattato da un sentimento autentico e sincero, messaggio di una testimonianza diretta, non mediata. Quindi, se i film neorealisti siano stati concepiti volontariamente con l’intento di essere consegnati alla storia questo è difficile stabilirlo. Ma che si siano arrogati a diritto un posto di prestigio nella storia, questa è una certezza.

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